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3 agosto 2022: Degustazione sentimentale e non competitiva Italia-Francia

Comparazione Italia-Francia di tipo non competitivo. L’obiettivo non era decretare un vincitore, ma comprendere diversità di stili e impianti in quelle che sono forse i due paesi più importanti al mondo per la produzione di vino. E volevo farlo non confrontando le eccellenze assolute, ma mettendo fianco a fianco ottimi vini di fascia media.
L’operazione non era facilissima perché una comparazione ‘scientifica’ avrebbe richiesto il ricorso a vini effettivamente comparabili, e dunque prodotti almeno a partire da uve dello stesso vitigno.
Questo avrebbe ovviamente messo in difficoltà i vini italiani.

Ho allora optato per un approccio ‘sentimentale’ ovvero per la selezione di vini che evocavano in me sensazioni comparabili. Vini che pur essendo prodotti da vitigni diversi e in zone diverse potessero stare fianco a fianco ed essere comparati per la loro capacità di esprimere un registro sensoriale in qualche modo simile. Di degustazioni di questo tipo ne ho organizzate due. Quello che segue è il resoconto della prima degustazione sentimentale. Il resoconto della seconda lo trovate qui.

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Metodo: Maso Corno Chardonnay Pas dosé 2017 vs. Hervé Dubois Bdlanc de Blanc Grand Cru, Brut Réserve

Inevitabile partire con un confronto tra due bottiglie di metodo classico, qui uno champagne e un Trento DOC. Entrambi 100% chardonnay, entrambi affinati 4-5 anni sui lieviti, nella stessa fascia di prezzo. Sola differenza significativa è che il Réserve di Hervé Dubois è dosato a circa 6 gr. .itro, mentre il 2017 di Maso Corno non è dosato.

All’esame olfattivo sono entrambi di un bellissimo colore giallo paglierino, trasparenti e brillanti. Il perlage di Dubois è più persistente. Entrambi hanno un naso delicatamente agrumato, ma il francese restituisce in modo più fedele i profumi tipici dello chardonnay. Siamo nella Cote de Blanc, Dubois vinifica in modo da preservare la specificità di questo vitigno, e al naso questo si sente.

In bocca l’evoluzione iniziale è simile: una leggera mineralità fa capolino e si percepisce un piacevole allungo in entrambi.

È però sulla durata che il francese afferma ii caratteri per cui gli champagne sono noti, ovvero maggiore lunghezza in bocca, persistenza, salinità, mineralità persistente. Se al naso si poteva ancora discutere di sfumature e differenze di dettaglio, purtroppo l’esame gustativo non lascia scampo: non siamo davanti ad una semplice differenza, ma anche se non lo si cercava, il giudizio emerge implacabile tra i partecipanti: 10 a 1 hanno decisamente preferito Dubois.

 

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Persistenza/permanenza: More Bianche Arneis ‘Caos Ordinato’ 2020 vs. Pascal Chalon, Grande Ourse 2017

Qui ho messo a confronto due vini sulla carta agli antipodi: un arneis e un bianco del Rodano. Uniti tuttavia da un tratto comune: una leggera macerazione sulle bucce, tecnica di vinificazione non comune in nessuna delle due zone.
E lo si vede già dal colore: un bellissimo giallo oro per entrambi.

Al naso sono entrambi estremamente cangianti. Frutti a pasta gialla, ginestra, agrumi maturi e accenni di pietra focaia si rincorrono in entrambi. È sorprendente notare la similarità tra questi due vini, così simili al naso che è quasi impossibile stabilire quale sia il francese e quale l’italiano.

Per una volta, sorprendentemente, è però l’italiano, quindi l’arneis, a vincere sull’allungo in bocca. Quello di Le More Bianche è un arneis totalmente atipico non solo e non tanto per la macerazione, ma per la straordinaria complessità gustativa. In bocca è lungo e profondo, sapido e appagante. Alla cieca è stato impossibile collocarlo sulla cartina geografica.

La Grande Ourse di Pascal Chalon è un altro grandissimo vino. Forse questa bottiglia rispetto ad altre bevute soffriva di una leggera riduzione, che rilasciava piacevoli note di pietra focaia ma semplificava un po’ il corredo olfattivo.

Ciò che ha colpito tutti i partecipanti è stato il perfetto equilibrio tra naso e bocca, l’acidità perfettamente bilanciata che rendeva il pur elevato grado alcolico quasi impercettibile.

Una batteria fuori dal coro che ha davvero stregato tutti.

 

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Sottosuolo: Ettore Germano Herzù 2015  vs. Domaine Moritz, Riesling Grand Cru ‘Wieselberg’ 2015

La terza batteria ci porta ad un vitigno internazionale piuttosto coltivato anche in Italia, ovvero il Riesling. A confronto uno dei riesling più noti del panorama vinicolo italiano, ovvero Herzù di Ettore Germano, e un grand cru d’Alsazia.

Qui non ci girerò tanto intorno: tutti alla cieca hanno confuso i paesi: il riesling di Germano è didattico, fin troppo. Un riesling da manuale, ma da manuale tedesco!

E il riesling alsaziano ha stupito tutti, non solo perché quasi nessuno l’ha riconosciuto, segno che nel nostro paese i riesling alsaziani sono bevuti meno di quelli tedeschi, a cui per sbaglio si continua ad associarli.

Invece in Alsazia il riesling spesso si discosta da quegli stilemi così riconoscibili associati agli idrocarburi e ad un residuo zuccherino onnipresente: qui un naso di acqua di roccia, una bocca tesa ma esile, una mineralità persistente ma discreta hanno condotto molti fuori strada.
In generale i partecipanti hanno preferito Moritz a Germano, ma è stato necessario un periodo di ‘acclimatamento’ per superare il disorientamento iniziale.

Se aperiwiki significa costruzione di un percorso di conoscenza in comune, questa batteria ne è stato un esempio perfetto.

 

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Terroir: Mazzolino Terrazze Alte 2020 vs. Aurélie Berthod,  l’Haute Cotes de Beaune  2020 vs. Jeanniard Bourgogne ‘Quintessence’ 2020

L’ultima batteria non poteva che essere dedicata al pinot nero, a uno studio degli effetti del terroir.

Sono partito da quello che a mio parere è oggi uno dei migliori produttori di Pinot Nero in Italia, ovvero Mazzolino. Ricordo per chi non lo sapesse che oltre al bravissimo enologo Stefano Malgodi, Tenuta Mazzolino si avvale da oltre 30 anni della consulenza di Kyriakos Kynigopoulos, famosissimo enologo borgognone. Qui ci troviamo dunque davanti a un puro effetto di terroir: savoir fare di Borgogna in Oltrepò Pavese.

Per rendere il confronto più divertente il Terrazze Alte è stato inizialmente messo a confronto con un Pinot Nero un po’ atipico. Ho scelto l’Haute Cotes de Beaune di Aurélie Berthod perché nonostante l’annata calda è un vino elegante ed etereo.

Il risultato è stato dei più sorprendenti: in molti, tra cui chi scrive, alla cieca ha confuso l’italiano con il francese. Ci ha riportato sulla retta via una delicatezza ed eleganza maggiori del francese. Ma la trama gustativa del Terrazze Alte si è rivelata più intensa e persistente, la mineralità lunga e appagante come ci si aspetta da un vino di Borgogna.

Per riportare il confronto su un terreno più convenzionale ho allora affiancato al Terrazze Alte un francese dall’impianto più tradizionale, ovvero Jeanniard Bourgogne ‘Quintessence’ 2020.

Un Pinot Nero atipico come deve essere in un’annata calda e siccitosa come la 2020, ma autenticamente e potentemente borgognone: qui è stato davvero un ritornare a casa, anche se più che fruttini rossi, lamponi e ribes, il naso ricordava ciliegie e more.

Però davvero si fa un salto di qualità: in bocca l’allungo è più netto, maggiore la complessità, più appagante il sorso.

Nel complesso una batteria appagante, in cui il Pinot Nero ha mostrato tutta la sua capacità a tradurre ed esprimere le differenze di terreno e di clima. Tre interpretazioni di altissimo livello tra le quali è davvero difficile scegliere, e soprattutto la conferma in parte inaspettata del grande potenziale dell’Oltrepò Pavese.

Come sempre un ringraziamento particolare ai partecipanti, sempre appassionati e sempre pronti a prestarsi al gioco degli esami visivi, olfattivi, gustativi in un’atmosfera libera da pregiudizi e impregnata dal piacere di condividere un pensiero, una sensazione, un ricordo.
E’ questo il segreto di una vera degustazione sentimentale. Cin cin!

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