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Un’indagine sulla barbera

 

Una riflessione sulla barbera a partire dal libro di Marzia Pinotti, La barbera è femmina!, Edizioni Estemporanee, Roma, 2016.

 

Marzia Pinotti ama definirsi narratrice di storie intorno al vino, e quello che fa è proprio raccontare storie. Belle storie. Questo è il suo primo libro, pubblicato nel 2016, e frutto di oltre un decennio di ricerche e interviste dedicate ad un vitigno splendido e in fondo incompreso, ovvero la barbera. E a chi della barbera è stato ed è interprete autorevole.

L’approccio di Marzia è molto originale, in quanto integra nel racconto elementi eterogenei quali resoconti di degustazioni, tracce storiche, interviste con alcuni dei vignaioli che hanno dato maggiore lustro a questo vitigno.

La prospettiva si potrebbe definire antropologica: al centro sta l’evoluzione dei territori, con le loro tradizioni viti-vinicole, le loro culture, ma anche gli eventi politici che tanto incidono sul destino del vino. In primis le attività delle associazioni e degli enti preposti al suo riconoscimento e valorizzazione. Una storia che è al tempo stesso naturale, culturale, politica, ed economica quella che ci racconta Marzia in questo libro.

Il risultato è un libro dalla scrittura innovativa, che scorre veloce come un romanzo poliziesco, ma che al tempo stesso ti riporta al cuore del mondo del vino, ovvero la scoperta e la degustazione di bottiglie particolari, se non rare.

La struttura è quella di un’indagine di ricerca guidata da alcune domande: perché la barbera non ha avuto il successo che molti si aspettavano? Qual è, se esiste, la ‘vera’ barbera? E, soprattutto, la barbera può invecchiare? Per rispondere a queste domande Marzia intraprende un cammino durato molti anni, fatto di assaggi, interviste, visite in vigna, e letture.

Il cuore del libro sono proprio le interviste a chi ha fatto e sta ancora facendo la storia della barbera: Mario Olivero (Marchesi Alfieri), Giorgio Rivetti (La Spinetta), Ermanno Accornero, Walter Massa, Luca Rostagno, Fabrizio Iuli e altri. Dopo un primo round attorno al 2006, Marzia ritorna dagli stessi produttori nel decennio successivo per capire cosa è successo alla barbera nel frattempo. Se ne ricava un quadro omogeneo e piuttosto sconsolante, di un sostanziale fallimento del progetto iniziato oltre un decennio prima, quando la barbera sembrava destinata a diventare uno dei vitigni del secolo, il nuovo motore trainante dell’enologia piemontese.

Il progetto di far crescere in qualità ed identità i vini prodotti a partire da questo vitigno è sostanzialmente fallito, perlomeno nelle zone dell’Astigiano e del Monferrato. La barbera sembra salvarsi solo nelle Langhe, e non per ragioni intrinseche, ma perché trainata dal nebbiolo. Così almeno dicono i produttori interpellati.

Il libro coglie bene l’estrema eterogeneità del panorama vinicolo, e non potrebbe essere altrimenti viste le dimensioni enormi dell’areale su cui insiste la barbera. Una zona troppo ampia per poter garantire omogeneità qualitativa, e scelte molto discutibili a livello di disciplinare delle DOC e DOCG che non hanno aiutato i produttori a investire in qualità.

Ciò che emerge come trait d’union tra i diversi produttori intervistati è una convinzione precisa: che la barbera è innanzitutto un grandissimo vino gastronomico. Vino fatto per accompagnare il cibo, non per essere bevuto solo.

Un vino che molti produttori non stentano a definire semplice, o quantomeno immediato, sentimentale.

Dalle interviste traspare la percezione di una subalternità nei confronti del nebbiolo, e questa è forse una delle ragioni per cui la barbera non ha davvero mai trovato una sua identità compiuta. In Langa, perché il più grande complimento che le si potesse fare era che ‘nebbioleggiava’. Fuori langa, perché dominata dal complesso di inferiorità nei confronti del nebbiolo.

Un barberista militante come me si sarebbe forse aspettato dai produttori un maggiore impeto d’affetto nei confronti di un vino che non rivaleggia con il nebbiolo solo perché gioca tutto un altro campionato.

C’è un’irruenza selvaggia nella barbera, data da quell’acidità prepotente e tuttavia rinfrescante che probabilmente non ha eguali nel mondo del vino.

Per Marzia la barbera è femmina, e anche se lei non lo dice, l’implicito (sostenuto da molti), è che il nebbiolo sia maschio: non forse nel senso della virilità, ma certo in quello dell’eleganza aristocratica.

È una contrapposizione che secondo me non aiuta a comprendere né valorizzare in pieno la barbera. Per questo, mi pare, l’opposizione tra Dioniso e Apollo, le polarità opposte dell’esperienza estetica, risulta più calzante.

Il nebbiolo, così apollineo nella sua aristocratica eleganza, e la barbera, cosi dionisiaca nei suoi eccessi costanti: eccessi di alcol, di sbruffi aromatici, e di acidità. Ma che quando sono integrati assieme producono sensazioni che nessun vitigno al mondo è in grado di dare.

Nel corso del libro Marzia dipinge la barbera come femminile: suadente, molle e sensuale, fascinosa e curvilinea. E tutto questo è certamente vero. Ma forse in questa opposizione tra il maschile e il femminile si perde qualcosa che invece il dualismo di Dioniso e Apollo ci aiuta a recuperare: ovvero il gusto dell’eccesso, l’esuberanza, l’ebrezza, ma anche la convivialità. Tutti tratti che mal si addicono al nebbiolo, e che sono invece così caratteristici della barbera.

 

Dioniso, il dio dell’ebrezza, probabilmente avrebbe snobbato il nebbiolo: troppo ripiegato su se stesso, troppo cerebrale, troppo distante. E avrebbe spinto lontano da sé anche il Pinot Nero. Per le stesse ragioni. Il nebbiolo è il vino dei filosofi, quello che un Socrate redivivo potrebbe servire durante un simposio a sapienti seduti attorno ad un tavolo a conversare.

Ma il dio della liberazione, dell’eccesso, della festa, come avrebbe potuto resistere al fascino trasgressivo della barbera?

Mi piace immaginare che il Dioniso raffigurato nell’immagine qui sotto si sia addormentato dopo un baccanale a base di barbera. Il frutto dolce, l’eccesso degli aromi, l’alcol elevato e l’acidità che invita al sorso l’hanno indotto in un piacevole torpore. Tutta la sensualità del vino si esprime nel rilassamento del corpo.

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